I° giorno: il D-Day !

parte II^

........ Col del Laparo, Catastaggio, Solenzara

 

 

Ma il tempo non da tregua; sono quasi le 19.00, avete presente? Essere su quel colle alle 19.00 con 1000 metri di dislivello in discesa da fare a piedi e circa 50 km per arrivare all’albergo è come... non saprei.... mettersi in marcia per salire al lago Miserin alle sei di sera, o partire da Verres alle cinque di mattina dopo la festa di Carnevale e tornare in ufficio, insomma, un orario non proprio pertinente, date le circostanze; “Signora, arriveremo in albergo alle 20...” avevo detto al telefono; vabbé, tanto è così, inutile discutere, zaini in spalla, meglio partire.  Ci imboschiamo sul sentiero che scorre in cresta fino a quando svettiamo fuori dal bosco, adesso il panorama è totalmente cambiato, siamo rivolti a est e vediamo il mare, una distesa azzurra lontanissima;  lo scenario è incantevole, scattiamo alcune foto per fissare l’attimo prima dell’ultima fatica,  “Dai ragazzi che si va’...”, io e Tiziano ci mettiamo davanti ad “aprire” il sentiero, che dopo alcuni tratti scorrevoli che ci hanno fatto ben pensare, comincia a scendere drasticamente in mezzo alle rocce, togliendoci ogni illusione di poterlo percorrere in sella.  Sandrino ha tentato un numero dei suoi ed è caduto, gli si è parzialmente bloccato il movimento centrale...cazz....anche questa. “....OOOH!!! DAI RAGAZZI, DIAMOCI UNA MOSSA!”, e via che andiamo avanti seguendo gli omini di pietra che segnano la traccia; è dura stare vicini, la fila si allunga e siamo costretti a fermarci più di una volta per ricompattare il gruppo. Ci affidiamo all’altimetro; “di quanto siamo scesi?” domando. “ di circa 300 metri”. Cazzo, sono le già le 20.00 e non abbiamo ancora fatto un terzo del dislivello .... Guardo Tiziano, ci intendiamo al volo, da qui non ci usciamo con il chiaro... Man mano che si scende la vallata stringe e le cose si complicano, siamo nel fitto sottobosco, ci si vede ancora bene ma la luce comincia a scarseggiare,  il sentiero è tutto un pietrame mosso, si scivola facilmente, bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi, ed il gruppo si riallunga; Mario e Luca non ci sono più. Ho l’adrenalina a mille per via dei carboidrati liquidi che mi sono sparato al Col de Verde, dell’orario, dell’albergo (al quale ho telefonato dicendo che saremmo arrivati alle 21.00...) e per la voglia di uscire da lì, non so da dove viene tutta quell’energia che ho addosso, esplodo! “CAZZO, NON E’ NECESSARIO STARE ATTACCATI, AVETE FATTO LA NAIA SI O NO? STATE A VISTA, E CIOE’ A 15/20 METRI, SUFFICIENTI PER VEDERSI NEI CAMBI DI DIREZIONE, E POI CI SONO I SEGNI, DOVE CAZZO SONO QUEI DUE?” Sentiamo delle grida lontane a monte, Gigi torna indietro a cercarli, ci fermiamo, e insisto: “PORCA TROIA! SONO GIA’ LE 20.30, LA VOGLIAMO CAPIRE CHE BISOGNA USCIRE DA QUI’ PRIMA CHE DIVENTI BUIO? ALTRIMENTI E’ UN CASINO! ANCH’IO SONO STANCO, CHIARO?”. Sandrino la pensa diversamente: “NO!! SE E’ NECESSARIO STIAMO A DORMIRE QUI’ NEL BOSCO, MA DOBBIAMO STARE TUTTI INSIEME!!”, “SANDRO, QUESTO E’ OVVIO, MA UN PO’ PIU’ DI SPRINT, PER DIO!! replico.Gli altri tacciono, hanno ragione, tanto ormai siamo lì, vietato perdere la calma; ricordo cosa mi accadde sul Laggiarello, andai in crisi io quella volta... “Jesus” Nicoli interviene stemperando la tensione del momento, sostenendo che è necessario rapportarsi armoniosamente all’ambiente circostante, cogliendone l’energia, e non rendersi ostili.... Finalmente il gruppo si riunisce, ci passiamo un po’ d’acqua, qualcuno l’ha finita, tiriamo il fiato, dai che si riparte; guardo Tiziano, che, forse da “ultimo” arrivato, non se la sente di partire in testa, e mi metto davanti più deciso di prima, “...adesso voglio proprio vedere” penso. “Dislivello? “, “650 metri” risposta, porca troia, sono le 21.00, ormai non ci si vede quasi niente,  più si scende e più la vegetazione si abbassa e si infittisce, in alcuni tratti sono costretto ad andare in avanscoperta per cercare il sentiero nella macchia, con Tiziano che fa da palo per non perdere il contatto con gli altri. “Ma cazzo, ma è possibile? Non avremo mica sbagliato? eppure fin qui i segnali sono chiari...” mi chiedo. Facciamo una pausa e tiriamo fuori la cartina, diamo un’occhiata; in effetti dovremmo essere sul lato dx della valletta, invece siamo a sx. Interviene Gigi: “Ma su in alto, poco dopo l’inizio della discesa, non avete visto su una grande roccia delle indicazioni in arancione fluorescente con scritto >Catastaggio?”, “NO!” rispondo; cala il silenzio, ci guardiamo, bella questa eh? Beh, tanto ormai siamo qui, questo è un sentiero e la valletta svolta a dx più avanti, come sulla cartina, si uscirà pure da ‘sto cazzo di posto! Intanto il Mora ha trovato le scarpe di Sandrino, gli erano cadute dallo zaino e non se n’era manco accorto; ripartiamo, è praticamente buio, faccio un centinaio di metri e mi ficco in una specie di reticolato vegetale scavalcando dei tronchi abbattuti, “...peggio di prima”, penso, chissà dov’è il sentiero adesso, e invece 10 metri più in basso vedo uno spiazzo vicino ad una bella pozza del torrente che ha tutta l’aria di essere un punto di incrocio dei vari tracciati, è proprio così! “CI SIAMO! CI SIAMO!” gridiamo agli altri, pian piano arrivano tutti, finalmente l’atmosfera si distende, siamo rincuorati per essere usciti da ‘sto casino. “Dai ragazzi che sono le 21.30....” da lì parte un sentiero ben tracciato, e ci sono le famose indicazioni color arancione che indicano >Col de Laparo e >Catastaggio. Ma Sandrino sbraita, ha ancora il movimento centrale parzialmente bloccato, il Boccacci si mette lì e grazie alla pila di Coco che chissà come mai l’ha portata, al suo mestiere ed alle pinze che ha al posto delle mani riesce a sistemare il meccanismo; adesso ci si vede, nel senso che il sentiero, sempre insidioso, è tutto un lastricato di pietra bianca e quindi non si può sbagliare. Ravaniamo un’altra mezz’ora, ci chiamiamo per darci i cambi di direzione, la tensione svanisce gradualmente e riesco anche ad inventarmi un numero per sdrammatizzare un po’; butto la bici malamente per terra, mi accascio contro una roccia e resto immobile... Arrivano Sandrino e Boccacci, nel buio vedono dapprima la luce posteriore intermittente, man mano si avvicinano mettono a fuoco la scena e cominciano a chiamarmi, in modo sempre più concitato: “SERGIO!SERGIO!”, Sandrino corre con il cuore in gola, lo sento, mi arriva dietro, mi prende tra le braccia scuotendomi, io non resisto più, mi volto, scoppio a ridergli in faccia e mi becco un sonoro ” MA VAI UN PO’ AFFANCULO VA’!!” mentre lo abbraccio ridendo. Ci raggruppiamo ma ormai non riusciamo neanche a vederci in faccia, il solito Tiziano è avanti, ma quanto manca alla strada? Procediamo, adesso il sentiero ha la dimensione di una sterrata, ad un certo punto scende ripidissimo, ci siamo raccordati alla vallata principale, cazzo, dovremmo essere fuori, e infatti così è; la sotto c’è uno spiazzo con una macchina parcheggiata, porca puttana, ce l’abbiamo fatta! “MACCHINA!” grida Tiziano, e di rimbalzo tutti gridiamo “MACCHINA! MACCHINA!” per farci sentire da quelli indietro. Eccoci qua, finalmente fuori dal tratto Saint Antoine>Laparo>Catastaggio. Bilancio: Il Mora ha perso gli occhiali da sole (nuovi), gli è caduto il cellulare e si è rotta l’antenna (?),Gigi ha perso la pedalina dx, Sandrino ha fatto due voli, botta alla spalla, Tiziano ha capottato alla grande ma senza conseguenze, Mario ha finito la benzina, siamo tutti cotti, graffi a sangue sulle gambe, sono le 22.00, é buio, non c’è una luce e noi ne abbiamo solamente due anteriori e quattro posteriori; chissenefrega, non avremo mica fatto le notturne per niente! Ci siamo tutti, ci riassettiamo un po’, telefono all’albergo scusandomi, dicendo che ci siamo persi nella foresta e che arriveremo dopo mezzanotte, ci aspettano.

 

Adesso sarà tutta discesa, gli occhi si abituano al buio, chi è in difficoltà procede affiancato a chi ha la pila, prendiamo le distanze quanto basta per vederci, arriviamo a San Gavinio di Fiumorbo, quattro case in croce, ci fermiamo sotto un lampione e scambiamo due battute con una famigliola a passeggio, piuttosto incredula;          per Solenzara 40km, sempre dritto fino alla statale passando da Serra di Fiumorbo e Morta...questi minuscoli centri abitati senza un’anima viva sono incantevoli, forse perché è notte, forse perché siamo contenti, forse perché il cielo è stellato, forse perché siamo in sella da mezzogiorno e non ci sembra vero di essere lì alle 22.30 con 40 km ancora da fare!   Ad un certo punto ingaggiamo un duello con un bel cagnone nero che, perfettamente mimetizzato nel buio, ci affianca per un paio di km e non vuole farci passare, siamo costretti a zigzagare per confonderlo e alla fine rinuncia. Il ritorno alla civiltà, seppur totalmente oscura, scatena l’istinto primordiale: FAME!! Decidiamo di proseguire fino alla statale, troveremo qualcosa, ed ecco che succede, proprio a me: gomma anteriore a terra, con 30 km da fare non ho scelta, fermi tutti al lampione, calma e sangue freddo.    La fatica la si sente tutta, acido lattico a litri, culi deformati, forza e coraggio, manca ancora un bel pezzo. Arriviamo all’innesto sulla statale orientale N198 e via in fila indiana, davanti chi ha la pila e dietro chi ha la posteriore; tutto sommato è bellissimo, la luna rossa bassa nel cielo che si rispecchia nel mare, l’aria umida che ti rinfresca un po’ e la consapevolezza di essere quasi arrivati. FAME! Ecco un bar, ma non ha panini, a giudicare da un paio di ragazze “invitanti” la proposta è ben altra... però vende sigarette, le compro e naturalmente ne accendo una mentre gli altri sono già ripartiti... > Solenzara 12 km dice il cartello, le macchine sfrecciano velocissime, ormai vogliamo solo arrivare ma ecco la svolta: passiamo accanto ad una trattoria. FAME! Mario non ha dubbi, si ferma e io pure, gli altri sono indecisi e proseguono, entriamo e chiedo se hanno ancora qualcosa; una ragazza moooolto simpatica mi risponde dicendo che chiede in cucina, ne esce una donna sulla 45uina, bionda ricciola ma con tratti somatici magrebbini, vestito attillato tutto luccicante, abbronzatura perfetta, occhioni convincenti. On a que de cous-cous...“. Va benissimo, siamo in due, ci mettiamo li fuor.....eccoli quà, tutti affamati!! Madame? Cous-cous pour dis!”. Ore 23.30, tavolatona con piattone di cous-cous e naturalmente birra còrsa Pietra a base di farina di castagne che va giù che è una meraviglia; al tavolo accanto ci sono alcune persone, evidentemente aficionado del locale, incuriositi da ‘sto gruppo. Un’anziana signora di origini italiane ama il ciclismo, tifa per Simoni che ha appena vinto il Giro e vuol sapere tutto; le spieghiamo che siamo in vacanza, che arriviamo da Vivario attraverso la montagna del Laparo ed il territorio di Fiumorbo; “Que?Vous étès bién folles!”

 

Piuttosto di salire ancora in bici ci svaccheremmo sulla strada, ma Solanzara è a 7 km, ormai siamo arrivati; sarà la reazione alla cena, allo sforzo di questa giornata campale ed al fatto che ormai ci siamo rilassati, con lo stomaco pieno soffriamo terribilmente il freddo, gli ultimi km sono interminabili. Ore 01.00, eccoci a Solenzara, cittadina turistica senza troppe pretese, ma per noi è il paradiso, troviamo subito l’albergo Maquis et Mer nel centro del paese, stavolta è fatta. Il portiere di notte ci vede nel piazzale e ci accoglie molto gentilmente, “ Eravamo un po’ preoccupati...” dice, e gli spiego velocemente della nostra dis-avventura; ci guarda un po’ stranito, siamo tutti provati e doloranti ma felici, parcheggiamo le bici nel salone interno, ci vengono assegnate cinque camere doppie; “..chi mangia un gelatone?” Alcuni declinano e optano subito per la doccia ed il letto, altri ci stanno, ci troviamo nella gelateria dall’altra parte della strada; mah... la natura a volte è...miracolosa! Ordiniamo alcune coppone di gelato a una fantastica adolescente di nome Mélanie, tutta dolcezza, occhioni grandi e tette incredibili, ma è vera? C’è anche Hakkàh, una magrebbina dai capelli neri fluenti e sguardo tagliente quanto basta per farci sentire freschi come rose, quel toppettino che lascia scoperto l’ombelico ci rigenera, per non parlare del piercing sulla lingua, in quanto a malizia non manca niente. Ormai sono le 02.00, a parte qualche scambio piccante ci arrendiamo e ritorniamo in albergo, appuntamento a colazione alle 08.30, faccio una doccia liberatoria, Tiziano è già crollato, ci sta anche l’ultima sigaretta, me la fumo completamente biotto sul balconcino e mi godo l’aria fresca ma non resisto un minuto in più, mi stendo su quel fantastico letto e riesco a malapena a spegnere la luce. GRRRRONF !

 

 

 

prefazione 

 

I° giorno: il D-DAY !  - parte I^

 

II° giorno: il TAPPONE DOLOMITICO  - parte I^

 

II° giorno: il TAPPONE DOLOMITICO  - parte II^

 

III° giorno: IL MARE, IL MAQUIS ED I BASTIONI- parte I^

 

CORSICA V ... COSA, COME E PERCHE'    ITINERARIO E CARTOGRAFIA    LA DIVINA CORSICA (ANONIMO LACUSTRE)